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Il seguito... di "la vera tragedia di Welby"
 
la vera tragedia di Welby
BIOETICA
Inserita: Monday, December 04, 2006 18:33 da vallesi
( http://rassegna stampa medicinaepersona 1 dicembre 2006 )
Rassegna Stampa
01-12-2006
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Editoriale.
La vera tragedia di Welby.
La vera tragedia di Welby sta nello sguardo di morte, senza speranza che i suoi amici hanno su di lui. Infatti, mentre la malattia, la sofferenza, il dolore fisico e psichico, affettivo, sono sempre in agguato per ciascuno di noi durante le tappe della vita – cioè sono inevitabili -, c’è la possibilità per ogni uomo di vivere senza disperazione la propria condizione. Questa possibilità è dentro un rapporto di amicizia, c’è bisogno di rapporti di amicizia. Ma chi è l’amico vero? Forse la persona che ti dà sempre ragione? Chi accondiscende a 'farti fuori' appena sei in crisi oppure chi, comprendendo il tuo desiderio di stare bene [perchè è questo che desidera Welby con la sua domanda di porre fine alla fatica di vivere nelle sue condizioni] si fa carico delle tue angosce, e ti ricorda tutti i giorni che la tua vita ha comunque un senso, che la tua sofferenza non è inutile? E’ amico chi permane in un rapporto con l’altro a qualunque condizione; l’amore per l’altro che soffre muove a cercare soluzioni appropriate, proporzionate per accompagnare, consolare, senza pretendere. Ma se questa amicizia non è più l’esperienza quotidiana, quando uno sta bene, come è possibile che oggi sia presente nelle situazioni di dolore e di malattia? La nostra società 'tecnologica', la società del benessere, sta riuscendo a far credere a tutti [e in primis a coloro che si definiscono i 'liberi pensatori'] che la libertà dell’uomo consista nel disfarsi della domanda di senso presente e ormai dilagante nel nostro contesto sociale. Perchè Welby, insistentemente, ai suoi amici, innanzitutto, ma anche a noi, sta chiedendo il senso, il significato della sua condizione. In mancanza di un senso la vita non è più accettabile, diviene vita solo a precise condizioni, stabilite dall’uomo stesso e corrispondenti al suo progetto. Se alla sua mancanza di senso si aggiunge quella degli amici, il passo è breve. Due solitudini non possono sorreggersi. Un non senso non si regge di fronte a un altro non senso. Questa è l’unica differenza che possiamo oggettivamente scorgere tra Welby e chi, malato come lui, sta continuando la lotta della vita con serenità, aiutato dagli amici che continuamente sostengono insieme quello che resta della speranza di una vita, in quella particolarissima e difficile condizione. Queste persone, malate come Welby, ci insegnano [a noi, a Welby e ai suoi amici] che invece la vita umana questo senso ce l’ha per davvero. L’altro che soffre ci insegna chi siamo noi, ci insegna che la vita è più grande e terribilmente più imprevedibile delle nostre attese e dei nostri progetti. E’ forse questo che gli amici di Welby vogliono censurare, aiutandolo a farsi fuori. Forse inconsapevolmente, Welby rappresenta per loro il segno di un mistero che non è nelle loro mani, maledettamente diverso, così diverso e fuori dalla portata della loro invocata e ormai palesemente falsa 'autonomia'. L’augurio per Welby è che possa incontrare davvero una presenza costitutiva, che lo aiuti a vivere, non a morire e per questo continuare a vivere, non a morire. Lui ha bisogno di questo: poter sperimentare proprio nel momento della massima fragilità della sua vita la tenerezza profonda di chi vuole resistere da uomo davanti a lui, con la sua persona, così come è, e aiutarlo a vivere.

La Redazione

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